Jean Genet

Il funambolo

Jean Genet

Il funambolo

e altri scritti
A cura di Giorgio Pinotti
Biblioteca Adelphi, 339
1997, 3ª ediz., pp. 221
isbn: 9788845912771
Temi: Letteratura francese, Teatro, Aforismi e frammenti, Spettacolo
€ 20,00 -15% € 17,00
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Risvolto

Nel 1957 Genet indirizza a un giovane acrobata un ardente inno all’arte del funambolo e del Circo, gioco crudele – insieme «alla poesia, alla guerra, alla corrida» uno dei pochi che siano rimasti –, intreccio di audacia e perfezione, solitudine e follia, festa e morte. Ma in Genet ogni nucleo di pensiero sembra riverberarsi, rispecchiarsi all’infinito, attraversando come un raggio luminoso le pareti che separano i generi letterari: così questi consigli in forma di «poema» celano e svelano una temeraria meditazione sul teatro e sull’artista: «Gli consiglierei persino di zoppicare, di coprirsi di stracci, di pidocchi, e di puzzare. Di svilire sempre più la sua persona, affinché l’immagine di cui vi parlo, abitata da un morto, risplenda più fulgida che mai. Di esistere insomma soltanto nella sua apparizione». Meditazione che ritroviamo allo stato puro negli scritti specificamente dedicati al teatro, ma soprattutto nelle inesorabili note inviate a Roger Blin nel corso della collaborazione che condusse alla storica messa in scena parigina dei Paraventi. Qui il teatro diventa sfida oltraggiosa e metafisica, tesa a «infrangere la barriera che ci separa dai morti», a realizzare un evento che è «festa unica», «atto poetico»: «Io volevo la banchisa, terra promessa che abbaglia e non dà requie... Ma perché non usa finalmente, magari una sera soltanto, questa materia misteriosa, mallarmeana e allegorica». Ma non meno sorprendenti sono i due scritti su Rembrandt e il celebre L’atelier di Alberto Giacometti – che Picasso non esitò a definire il miglior saggio sull’arte che avesse mai letto –, in cui si impone la straordinaria capacità di Genet di leggere l’arte leggendo in se stesso (o è il contrario?) e che confermano la traslucida coerenza del suo pensiero. Così l’improvvisa rivelazione dell’identità che circola incessantemente fra gli uomini – colta un giorno in treno osservando un ripugnante compagno di viaggio – accende pensieri terribili, ma anche abbaglianti riflessioni sui dipinti di Rembrandt come sulle sculture di Giacometti, che nella loro granitica e innocente nudità concentrano quanto vi è di più insopprimibile nell’uomo: «la sua natura di essere esattamente equivalente a qualsiasi altro».
Questo libro, che comprende testi apparsi fra il 1949 e il 1967 e consente in tal modo di abbracciare l’intero arco dell’attività di Genet, include anche Il ragazzo criminale, che affronta con commossa insolenza il tema della gioventù votata al male, e i Frammenti..., «abbozzo» di un’ardita opera destinata a elaborare sotto il segno di Mallarmé una teoria dell’omosessualità come maledizione o sentenza irrevocabile.

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