Samson Raphaelson

L’ultimo tocco di Lubitsch

Samson Raphaelson

L’ultimo tocco di Lubitsch

Traduzione di Davide Tortorella
Piccola Biblioteca Adelphi, 306
1993, 2ª ediz., pp. 97
isbn: 9788845909788
Temi: Cinema, Ritratti
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Risvolto

Fra le leggende del cinema spicca quella del «tocco di Lubitsch»: l’indefinibile impronta, il sigillo di grazia che faceva sì che qualsiasi storia (ed erano per lo più commedie), toccata dalla mano di Lubitsch, diventasse qualcosa di unico e sottratto al tempo in uno stato di perfetta vivezza. Ma chi era Lubitsch? Di solito è difficilissimo raggiungere, nel cinema, un’idea precisa della persona nascosta nel bozzolo di una leggenda. Nel caso di Lubitsch l’inafferrabilità diventa addirittura il primo (e l’ultimo) fascio di luce gettato su di lui: «Con Ernst Lubitsch ho lavorato a nove film sonori dal 1930 al 1947, eppure non ho mai avuto l’impressione di conoscerlo, né che lui conoscesse me». Così parla qualcuno, Samson Raphaelson, che ricordava non solo «migliaia di ore trascorse insieme sul lavoro», ma ormai, con gli anni, distingueva «una pista non troppo oscura», costellata dei «segni di uno straccio d’interesse reciproco». Come dire: un vero amico, nel modo discreto, ironico, implicito che si addiceva allo stile di entrambi. Questa sua testimonianza, pubblicata sul «New Yorker» nel 1981 e mai raccolta in volume fino a ora, si legge con stupita delizia di fronte all’incontrovertibile fatto che il «tocco di Lubitsch», per un misterioso processo di osmosi, sembra anche essersi trasmesso, intatto, all’amico e collaboratore Samson Raphaelson.