Copertina del volume: Achille innamorato

Alberto Savinio

Achille innamorato

(Gradus ad Parnassum)

Biblioteca Adelphi, 263
1993, pp. 220
isbn: 9788845909252

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IN COPERTINA
Alberto Savinio, Il sogno di Achille (1929). Collezione privata.
ALBERTO SAVINIO BY SIAE 1993
SINOSSI

«Un giorno del 1937, a Parigi,» racconta Savinio «André Breton mi diede lettura di una pagina scritta da lui, nella quale è detto che ... a capo di quella forma d’arte che di poi prese nome di surrealismo, c’è mio fratello Giorgio de Chirico e ci sono io». Affermazione lusinghiera, che Savinio sente però il bisogno di commentare in modo significativo: «il [mio] surrealismo, come molti miei scritti e molte mie pitture stanno a testimoniare, non si contenta di rappresentare l’informe e di esprimere l’incosciente, ma vuole dare forma all’informe e coscienza all’incosciente». Esempio felice di questa «volontà formativa» sono i racconti di Achille innamorato, apparsi per la prima volta nel 1938, nei quali il gusto dell’autore per le associazioni folgoranti, le deformazioni oniriche e le scenografie mitologiche è saldamente sorretto da una scrittura di straordinaria qualità inventiva, da una lingua al tempo stesso duttile e profonda, precisa e sorprendente. Indimenticabili – oltre al gargantuesco Achille che, al ricordo dell’amata Ifigenia, spacca in un singhiozzo la montagna nella quale è imprigionato, e con le sue lacrime inonda città e campagne – saranno così l’incontro al Polo Nord con gli dèi immortali, quello con Nerone nei panni di un insopportabile gigione catarroso, e il funerale marino della bambola assassinata; ma anche l’improbabile storia d’amore fra la statua dell’ingegnere e il naufrago commendatore De Magistris, e l’addio ad Apollinaire che parte per la guerra con l’ardimento di un eroe antico, nonché certi bozzetti di irresistibile comicità «surreal-borghese», come il fiero suicidio del vecchio pianoforte a coda della figlia del cavalier Putignani. Maestro del grottesco e dell’inquietudine, capace insieme di ironia e di sommessa pietà, Savinio riesce, ancora una volta, a farci partecipi di quel «felice stupore» che, in lui stesso prima che nel lettore, sanno suscitare queste figure che sembrano venirgli incontro «come da un altro mondo».

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