Emilio Cecchi, Mario Praz

Carteggio Cecchi-Praz

Emilio Cecchi, Mario Praz

Carteggio Cecchi-Praz

A cura di Francesca Bianca Crucitti Ullrich
La collana dei casi, 15
1985, pp. XXV-158
isbn: 9788845906145
Temi: Epistolari, Letteratura italiana, Critica e storia letteraria, Storia del gusto
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Risvolto
Nel marzo 1921 Emilio Cecchi, già autore di alcuni dei suoi saggi più importanti, ricevette da un giovane fiorentino, Mario Praz, alcune prove di traduzione da poeti inglesi. Così cominciava un’amicizia letteraria che sarebbe durata più di quarant’anni ed è testimoniata in questo Carteggio, prezioso non solo per l’identità degli scriventi, ma per la natura del loro rapporto: un’affinità non disgiunta da una nascosta tensione, una reciproca stima talvolta delusa, un alternarsi di slanci (da parte del «discepolo» Praz) e improvvise unghiate (da parte del recalcitrante «maestro» Cecchi). E, mentre Cecchi è fin dall’inizio in posizione di magistrale difesa, Praz ci sorprende per l’abbandono con cui si effonde, soprattutto nei primi anni, in racconti della propria vita, anche sentimentale, usando tratti vivissimi e toccanti. Sarà difficile dimenticare quell’Inghilterra malinconica e sonnacchiosa, raccontata da un solitario passeggiatore, che qui ci appare in vari squarci. In queste lettere di Praz, come scrive Giovanni Macchia nell’introduzione, «comincia lentamente a realizzarsi il senso di una vocazione letteraria che per l’abbondanza dei risultati, per la vastità della ricerca e quasi l’immensità dell’esplorazione, avrebbe avuto qualcosa di prodigioso». Di fatto, da queste lettere appare con una certa crudezza come Praz sia cresciuto da straniero, per gusto e inclinazione, in una cultura pervicacemente autarchica, che considerava «malsano» tutto ciò in cui oggi riconosciamo l’essenza più penetrante della cultura moderna. Così veniva considerato da molti un eccentrico amatore di piatti faisandés, mentre era uno dei pochi che sapevano occuparsi soltanto di temi immensamente ricchi.
Cecchi percepiva benissimo tutto questo, e fu per Praz un appoggio, oltre che un alto modello, e un richiamo talvolta alla nettezza del giudizio, là dove il più giovane poteva mostrarsi più incerto (e di fatto Praz, più che dal giudizio critico, fu sempre attirato dalla esplorazione inarrestabile dei richiami fra un libro e l’altro, tra una forma e l’altra). Ma, di là da un certo punto, le loro strade tornavano a dividersi, pur sapendo ciascuno di avere nell’altro il più acuto e il più temibile degli interlocutori. Dietro lo scambio delle impressioni e delle letture, rimane stretto sino alla fine, fra i due grandi saggisti, un delicato nodo psicologico, e questo rende tanto più singolare questo Carteggio.