Tommaso Landolfi

Viola di morte

Tommaso Landolfi

Viola di morte

Biblioteca Adelphi, 573
2011, pp. 317
isbn: 9788845925917
Temi: Letteratura italiana, Poesia
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Risvolto
La prosa di Landolfi, tra le più musicali della letteratura italiana, lascia intravedere in filigrana un’ambizione poetica dirompente ma al tempo stesso messa a tacere, forse per l’oscuro timore – evocato in un racconto del 1937, «Night must fall» – che a lasciarsi andare «ne sarebbe venuto fuori qualcosa di troppo bello ... e allora tutto sarebbe finito e riprecipitato in una voragine senza fondo». Ancorché non esercitata, tuttavia, quella «divina facoltà» non poteva che riaffiorare: non a caso, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, mentre si accentua il suo sdegnoso isolamento, Landolfi abbandona ogni progetto di romanzo per dedicarsi a una scrittura diaristica, e dunque innocente, che prepara il ritorno alla poesia. «Non trovo conforto / Se non nelle distorte / Battute / D’una musica perduta. / La prosa m’opprime: / Non la parola che dirime, / Mi giova, / Ma l’avventurosa prova / Del verso gettato al vento» leggiamo in Viola di morte, diario in versi apparso nel 1972, dove Landolfi ci mostra quel volto che sempre aveva velato «in modo quasi ossessivo, come se fosse dominato da un puro istinto di sopravvivenza che lo costringa a ripetere continuamente il suo nome» (Citati). Ed è il volto sublimemente lunare e tenebroso, talora deformato dal rancore, di chi, murato in «queste aride sedi / Di terrore e d'angoscia», non conosce che la «Soverchiante fatica / Della vita vissuta», il dileguarsi dell'amore e il dilagare della morte – castigo terribile di un Dio livido e iniquo. Ma il sogno che «il nulla avvolga nelle sue pieghe dissimulate, fruscianti e trionfali ogni cosa e ogni persona» cela il bruciante desiderio di cogliere «tutto ciò che sta “più in là”, e di cui non vedremo mai traccia», e persino rabbie e furie non sono che «sempre rinnovate dichiarazioni d'amore all'infinito» – talché, e sono ancora parole di Citati, il senso ultimo di Viola di morte è quello di «un’attesa senza nome, di una nostalgia continuamente delusa, di una speranza che osa appena intravedere un vago fantasma lungo i nuvolosi e fuggevoli confini del cielo». Collisione, quella tra un mondo atrocemente rimpianto e la sua perentoria negazione – e dunque tra canto e istanza ragionante –, che trova in questi versi una mirabile espressione:
Credevo allora d'essere in esilio
E che un prossimo giorno
Avrei potuto far ritorno
Al mio reame sconfinato, e tutto
Che qui m'era rapito
O rimaneva inascoltato –
Soavità, bellezza,
Amore, gioia, tenerezza,
Gloria, potenza – mi sarebbe reso.
Oggi ben so che questo,
Questo e non altro è il sordo regno mio