«L’energia creativa di Roberto Calasso è inarrestabile. Dichiara di presentare l’opera di Kafka come se venisse “illuminata dalla sua propria luce” e ci riesce in maniera inimitabile. Molti dei suoi lettori non potranno fare a meno di rileggere Kafka» (Muriel Spark).
«L’opera di Calasso è una pietra miliare non solo della lussureggiante letteratura su Kafka, ma della letteratura in generale ... Calasso ha un rapporto così intimo con i testi che la sua voce sembra af$orare miracolosamente dai testi stessi, quasi fosse uno di quei misteriosi esegeti che Kafka amava introdurre nelle sue storie» («Publishers Weekly»).
L’UDITORE
Calasso si addentra, in veste di uditore, nel cuore dell’universo kafkiano – rappresentato principalmente, ma non solo, dai due grandi romanzi, Il Castello e Il processo e ascolta e registra i discorsi che vi si tengono. Ogni parola, anche pronunciata in circostanze informali, come del resto ogni comportamento, ha peso, nell’iter giudiziario o amministrativo da cui dipende il destino dei protagonisti. Questo, si sa, è l’angoscioso presupposto dei due romanzi, la molli che li mette in tensione. Ma Calasso fa quello che la critica kafkiana ha fatto di rado e solo parzialmente: ne tiene conto, e ne tira sino in fondo le conseguenze. In altre parole l’uditore cerca di cogliere ogni allusione e ogni intonazione, e di svelare quella che potremmo chiamare la «perfidia» dei testi – cioè la loro arte di nascondere l’aculeo.
Giovanni Mariotti, «Corriere della Sera», 19 dicembre 2002
LA VIA DELLA MANO SINISTRA
Tutto K. è un libro della via della mano sinistra, alla caccia di qualcosa che Calasso cerca in Kafka per isolarlo nel suo potere letteralmente magico: «Dietro le formule del linguaggio comune si apre improvvisamente questo spazio, dove le parole riverberano e gemmano significati, acquistando un’intensità che talvolta è paralizzante». È questo il potere che Calasso richiama attraverso epifanie e immagini che costellano K., questa la forza di un risveglio in cui il tempo comune è sospeso e sono finalmente aperti i passaggi per l’altra parte? Dopo il K. di Calasso non siamo più vicini a Kafka, ma meravigliosamente lontani dai troppi che ci hanno biascicato sopra, possiamo anche rileggere le sue schegge preistoriche forse senza ferirci: sappiamo che la magia delle parole viventi distribuisce con equanime indifferenza la distruzione o la salvezza.
Giuseppe Montesano, «diario», 22 novembre 2002
UN LIBRO TEMERARIO
Agli occhi dell’imperscrutabile praghese siamo calamitati dal fondo oscuro della coscienza. Ma lo siamo non già per una vocazione al martirio, ma perché in quel nero della psiche, in quel tormento della coscienza, l’uomo può entrare direttamente in contatto con l’origine delle proprie storie. Qualcosa del genere, ci pare, affiora in K., il temerario libro di Roberto Calasso: le tante storie narrateci da Kafka sono in fondo riconducibili tutte a una medesima storia, a un unico respiro mitologico che ha nella colpa e nel suo sacrificio il suo ossigeno da bruciare.
Lia Colucci, «Il Riformista», 14 novembre 2002
UN DISCRETO CERIMONIERE
Un discreto cerimoniere ci guida a considerare con sviscerata attenzione il mondo di cui parla Kafka. Niente di più, o quasi niente. Nei limiti del possibile far parlare, registrandone gli echi, le stesse parole che leggiamo nei suoi scritti (romanzi, racconti, testi interrotti, aforismi, diari, lettere). Calasso ci procura sorprese seguendo il più fedele, il meno invasivo dei metodi. K. è un libro «parallelo», un po’ alla maniera inaugurata dal Pinocchio di Manganelli: un libro di tracce, «altamente indiziario».
Alfredo Giuliani, «la Repubblica», 1 novembre 2002
UN NARRATORE DI STORIE SPROPORZIONATE
Con un parco uso di nozioni risalenti al pensiero arcaico, vedico in primo luogo, Calasso definisce, punto per punto, le stazioni di passaggio dell’avventura mentale e letteraria di Kafka, sin dal suo inizio, nella notte del 22 settembre 1912, quando nacque d’impulso il primo racconto, Il verdetto, di «un’insolente assurdità» in bilico tra la lineare registrazione di un dissidio tra padre e figlio e un crescente disagio, un’escalation di violenze private culminanti in un suicidio. Già in queste poche carte si produce un effetto di spaesamento, all’interno di un’apparente normalità anche logica. Kafka sin dal principio si presenta come un narratore di storie «sproporzionate», che sfidano il senso comune nel momento stesso che ad esso sembrano affidarsi. Come se custodisse in sé una materia primordiale e la dovesse adattare alla forma romanzesca del ventesimo secolo.
Rolando Damiani, «Il Gazzettino», 26 ottobre 2002
UNA MOSSA A SORPRESA
Una mossa a sorpresa, apparentemente. Dopo aver viaggiato nell’universo senza frontiere della mitologia greca e indiana, con
K. Roberto Calasso si è autorecluso nel labirinto perfetto di Kafka. Come Alice, ha lasciato il mondo reale alle spalle (i riferimenti biografici sono scarsi) e ha attraversato lo specchio, a rischio di smarrirsi tra i nodi multipli dei romanzi kafkiani:
America,
Il processo,
Il Castello. Se non si è perduto, è perché ha scelto un atteggiamento di discrezione. Partendo dal presupposto che la scrittura di Kafka è un codice cifrato, destinato a rimanere irrivelabile, ha rinunciato a risolvere l’enigma. E tuttavia si è cimentato nella sfida. Ha indagato il mistero. Con esatta disciplina artigianale, Calasso ha sciolto gli innumerevoli fili di cui è tramato il tessuto letterario kafkiano e subito li ha riannodati. Così facendo ci ha mostrato non il perché bensì il come: come sono articolati i congegni narrativi. Una pagina, immobile in superficie, analizzata al microscopio si rivela mobilissima in profondità. Nel cosmo kafkiano, la vita è scandita da piroette «alla Feydeau». Sia
Il processo che
Il Castello sono permeati da una sorte di ossessione erotica, ma l’aspetto più sorprendente è la velocità con cui nascono e muoiono i rapporti tra K. e le donne. Si innamorano e si tradiscono in un crescendo e diminuendo vorticoso. E ambiguo. L’uno si serve delle donne, e viceversa, per entrare nel labirinto del Potere o uscirne. Da qui l’originale disegno ritmico che scardina le regole del romanzo. Al lettore il compito più arduo: scoprire il gioco di echi tra l’infinito mondo mitologico e la «tana» angusta di Franz Kafka.
Massimo Dini, «La Repubblica delle Donne», 26 ottobre 2002
LA CIFRA DI UN ENIGMA
La ricerca su Kafka (e di Kafka) che il presidente dell’Adelphi ha compiuto per l’ultimo libro non ha tuttavia il sapore accademico di un’analisi della sua opera. Né la presunzione esegetica di un’interpretazione dei suoi scritti. Né l’inutile accribia di una ricostruzione della storia della sua vita. Sono, piuttosto, appunti, frammenti, esercizi di intelligenza e di stile che, annotati a margine del testo kafkiano, intendono sondarne (non svelarne) il mistero. E nella K., lettera fatale, trovano un titolo e la cifra di un enigma.
Alessandra Iadicicco, «Famiglia Cristiana», 20 ottobre 2002
IMMERSIONE IN ACQUE ABISSALI
Su e giù per i tortuosissimi cunicoli di questo luogo comune ci accompagna Roberto Calasso col suo libro K. che ha un po’ della guida turistica, un po’ della conversazione, un po’ dell’indagine poliziesca, un po’ dell’immersione in acque abissali.
Carlo Fruttero, «Panorama», 17 ottobre 2002
IL FERMO-IMMAGINE DI UNA MOVIOLA SCRITTORIA
Quello di Calasso è un percorso circolare, che parte dall’incompiuto
Castello del 1922 e a quello ritorna, come al testo che stringe conclusivamente in sé enigmi, immagini, folgorazioni. Così come il mito è una narrazione che può essere capita solo narrando (
Le nozze di Cadmo e Armonia), Kafka può essere avvicinato solo ripercorrendolo con il fermo-immagine di una moviola scrittoria. E magari illuminandolo (con misura) con lampi del pensiero orientale (il
Libro tibetano dei morti, la tradizione vedica).
Ernesto Ferrero, ttL, «La Stampa», 12 ottobre 2002
VICINI AL NUCLEO SEGRETO
K., insomma, è un libro da leggere e da rileggere con calma, essendo disponibili a seguire fino in fondo «sentieri inusuali del pensiero», e sapendo che poche volte, nell’esegesi kafkiana, si è arrivati così vicini al nucleo segreto, all’essenza dell’opera, alludendo nello steso tempo ad «altri» vertiginosi esercizi intellettuali.
Felice Piemontese, «Il Mattino», 10 ottobre 2002
NELLE VENE DI QUANTO ACCADE
K. è dunque narrazione, non un libro di critica. Calasso ha ripercorso dall’interno i romanzi di Kafka, in particolare Il Castello e Il processo, con frequenti diversioni fra brani di racconto, diari, lettere e aforismi; entrando nelle vene di quanto vi accade e di quanto non si vede, l’autore si mescola al flusso, al movimento, alla fisiologia delle storie. E il lettore si trova come risucchiato in un mondo costituito quasi soltanto dagli scritti e dai pensieri di Kafka.
Cesare Medail, «Corriere della Sera», 2 ottobre 2002
Nato a Firenze, Roberto Calasso vive a Milano ed è presidente e consigliere delegato della casa editrice Adelphi. È autore di un work in progress di cui finora sono apparsi La rovina di Kasch (1983), Le nozze di Cadmo e Armonia (1988), Ka (1996), K. (2002). Ha pubblicato inoltre il romanzo L'impuro folle (1974), i saggi I quarantanove gradini (1991), La letteratura e gli dèi (2001)e La follia che viene dalle Ninfe (2005), e la raccolta di risvolti Cento lettere a uno sconosciuto (2003).