ADELPHIANA
 
PUBBLICARE
E RECENSIRE

 

ROBERT SILVERS

Ascoltando Roberto pensavo che forse il tratto comune fra la nascita della NYRB e quella di «Adelphiana» è il desiderio, la voglia di intervenire, di cambiare i termini e la posta in gioco.
Certo, noi siamo stati aiutati dalle circostanze. In un certo senso, la situazione del 1963 era favorevolissima, perché chiunque avrebbe potuto aprire una rivista, in quella situazione – bastava conoscere qualche scrittore disposto a collaborare, magari gratis: il resto lo avrebbe fatto la fame di pubblicità degli editori. Be’, noi eravamo tutti editor, e qualche scrittore – McCarthy, Auden, Mailer, Styron e così via – lo conoscevamo… E avevamo una consapevolezza comune, cui qualche tempo prima aveva dato voce Elizabeth Hardwick, una nostra grande scrittice. Quando lavoravo ad «Harper’s» le avevo chiesto un pezzo sulle recensioni letterarie. Lei me lo diede, ed era un bellissimo pezzo, con una parola chiave: «declino». Secondo Hardwick, un certo tipo di recensione garbata, asettica, superficiale è la spia sicura di un disagio della società letteraria. E negli ultimi anni il povero vecchio «New York Times» pubblicava quasi solo articoli di quel tipo. Bisognava quindi ritrovare passione, carattere, eccentricità. Fu in questo spirito, direi con questo programma che ci mettemmo al lavoro. Ed è uno spirito che ritrovo anche in «Adelphiana». Detto questo, vorrei entrare un po’ nel corpo delle scelte – e delle esclusioni – attuate da Roberto. Alcune mi sembra non richiedano spiegazioni. Non saprei cosa eccepire all’idea di pubblicare due grandi autori del nostro tempo – e due illustri collaboratori della NYRB, peraltro – quali Charles Simic e Isaiah Berlin, anche se le pagine postume di quest’ultimo su, o meglio contro, il pregiudizio sono di straordinario interesse, e possono essere considerate un manifesto programmatico: certamente nostro, e probabilmente, se conosco Roberto, anche della sua «Adelphiana».
Ma altre proposte invece mi incuriosiscono. Penso soprattutto a un mio caro amico, Cyrus L. Sulzberger, che è stato a suo tempo un notissimo inviato del «New York Times». Di quest’uomo, che dava del tu a tutti i grandi della sua epoca, da Tito a De Gaulle a Eisenhower, oggi, anche in America, nessuno si ricorda più. Eppure le sue corrispondenze e soprattutto le sue pagine di diario hanno la caratteristica di sembrare sempre scritte pochi giorni prima, come dimostrano le note sull’Afghanistan che «Adelphiana» ripropone. Risalgono al 1950, ma leggendo il colloquio con il re di allora – che è poi lo stesso Mohammad Zahir Shar appena rientrato a Kabul – viene automatico controllare in continuazione la data, per dissipare l’illusione ottica che si stia parlando di queste settimane, degli ultimi giorni. E allora vorrei sapere da Roberto come diavolo è finito sulle tracce di Cyrus .

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