ADELPHIANA
 
PUBBLICARE
E RECENSIRE

 

ROBERT SILVERS

Lavorando da una vita nelle riviste letterarie – ho cominciato con la «Paris Review» e con «Harper’s Magazine», prima di approdare alla «New York Review of Books» –, la nascita di una nuova testata mi incuriosisce sempre. E la curiosità, nel caso della nuova «Adelphiana», è anche quella di vedere un editore noto per le sue idiosincrasie come Roberto Calasso gettarsi in un’impresa per definizione molto, molto ardua. Devo dire che la prima impressione – impressione fisica, quasi tattile – è che questa «Adelphiana» sia un oggetto molto semplice e molto elegante. Se poi uno la apre, la sfoglia, capisce subito di avere per le mani qualcosa di davvero sorprendente. In effetti da un’austera rivista letteraria tutto ci si aspetterebbe tranne che le immagini al suo centro – scattate fra i Cinquanta e i Sessanta dal grande Philippe Halsman – di Groucho Marx, Richard Nixon, François Mauriac e altri ancora che saltano. Eppure in un certo senso è ovvio che sia così, perché la rivista è di per sé una serie di salti. La presentazione lo dice in termini abbastanza espliciti: «“Adelphiana” è stata pensata per accogliere testi di ogni genere, origine, epoca, collegati da una certa congenialità ed affinità, per adiacenza o per contrasto, che starà al lettore scoprire».
Che starà al lettore scoprire… Ho idea che questa sia una dichiarazione molto, molto importante, e non a caso viene ripresa poche righe dopo, quando si dice che uno degli intenti della rivista è «… offrire un ventaglio di possibilità che ci piacerebbe fosse congeniale a quello di un lettore curioso di tutto». Il che è una sorta di impossibilità, ma al tempo stesso di fantastica possibilità. E questi elementi – l’apparente capriccio delle scelte, e il rigore, la coerenza che in realtà le governa, e che chi legge è in qualche modo chiamato a ripercorrere – si ritrovano non solo nell’accostamento dei testi, ma anche al loro interno. Basta una scorsa alle pagine per rendersene conto. Nel suo saggio sulle scienze cognitive, ad esempio, Giuseppe Trautteur collega la cibernetica alla filosofia di Husserl – un salto imprevedibile, almeno quanto quello che porta dallo scritto di Trautteur al reportage di Simon Winchester sulla base americana di Diego Garcia, e da Diego Garcia al significato degli anelli nell’India del quarto secolo avanti Cristo e nella Bayreuth di Wagner secondo Wendy Doniger. Personalmente, tuttavia, credo che il salto che Roberto ha più a cuore sia un altro ancora, quello che ci fa entrare nella Libreria degli Scrittori, e cioè in quell’impresa dissennata che Michail Osorgin e i suoi amici tentarono provando a comprare e vendere libri nella Mosca del 1917, mentre tutto fuori era, come scrisse Blok, «un misto di agonia, orrore, penitenza, speranza». Qui arriviamo molto vicini alle idee che Roberto stesso mette in pratica nella vita di tutti i giorni, o meglio in uno dei suoi vari mestieri, che come sappiamo è quello di editore. Ora, Roberto è un uomo decisamente avverso alle teorie, o meglio alle teorizzazioni, eppure nel primo numero di «Adelphiana» qualche punto di vista sul proprio lavoro l’ha espresso. E a costo di prendermi troppo spazio in questo intervento iniziale – prometto che sarò più breve in seguito – qualche parola sul saggio di Roberto a proposito dell’editoria che chiude il volume vorrei spenderla. Ne vale certamente la pena, perché il testo getta su questioni e modi di pensare molto antichi una luce nuova, e per certi versi paradossale.
La prima illusione di cui un editore sensato deve sbarazzarsi, dice Roberto, è che con i libri – specie con i buoni libri – ci si possa arricchire. Al contrario i libri, nella loro storia, hanno prosciugato innumerevoli patrimoni. Ciò nonostante, il mondo editoriale esercita su quello della finanza – notoriamente avverso ai progetti in perdita – un’attrazione irresistibile. Le ragioni di questa attrazione non sono del tutto chiare. Forse hanno a che vedere col fascino che l’editoria emana per essere – nei casi migliori – una forma d’arte. E qui Roberto si richiama a un precedente illustre, quello di Aldo Manuzio, che è stato forse il primo a pensare l’editoria, appunto, come forma. Per Aldo era una forma il libro come oggetto fisico, naturalmente – la copertina, la grafica, l’impaginazione. Ma lo era anche la scelta dei titoli.
Aldo pensava che tutti i libri pubblicati dallo stesso editore andassero visti come anelli di un’unica catena, o come frammenti, come capitoli di un unico, grande libro, che era poi il catalogo di quell’editore. E in questo Roberto – insieme a Kurt Wolff e a pochi altri – si può davvero considerare l’erede di Aldo, di un editore cioè capace di stampare il più bel libro di sempre, l’Hypnerotomachia Poliphili, ma anche piccole edizioni – economiche, diremmo oggi – di Sofocle. È un esempio che Roberto esorta apertamente a seguire. Qualcuno in effetti lo segue. Pensate a Gallimard, che stampa la Pléiade ma anche la Série Noire. E pensate ai titoli di Adelphi e a quelli di «Adelphiana». Ma credo di avere parlato abbastanza. Ora vorrei ascoltare, da Roberto, un breve racconto: il racconto di come i materiali assai eterogenei contenuti in questo primo numero hanno finito per assumere quella forma, diversa da tutte le altre, che è la forma di una rivista.

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