PUBBLICARE
E RECENSIRE |
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ROBERTO
CALASSO
Leterogeneità di cui parli era di fatto un punto di partenza
per «Adelphiana». E poteva essere vista da due angolature:
da una parte, spingendo al massimo leterogeneità si poteva sperare
di fare qualcosa che non somigliasse a nulla di già esistente;
dallaltra, si avviava una scommessa: che ci fossero dei lettori così
curiosi da leggere tutti quei materiali così disparati con passione.
E in realtà un campione di quei lettori esiste: sono le persone
stesse che fanno la rivista. Questo punto dello scarto rispetto allesistente
mi riconduce alla tua rivista. Perché penso che la prima cosa da
dire rispetto alla «New York Review of Books» riguardi, anche
qui, la forma e per la precisione il fatto che, sin dal primo numero,
la NYRB abbia avuto una forma non confondibile con alcuna di quelle che
aveva intorno. E quel carattere di unicità si è mantenuto
negli anni.
La storia è nota: tutto comincia con un grande sciopero della stampa,
nel 1963. Gli editori, invece di essere contenti perché avrebbero
potuto approfittare della situazione per vendere più libri, sono
disperati per limprovvisa mancanza di recensioni e di spazi pubblicitari.
La NYRB nasce in quel momento. Ideale, ovviamente, per farsi notare. Dunque:
circostanze accidentali ma forma tuttaltro che accidentale. Perché
Silvers e i suoi capiscono che devono distaccarsi subito e radicalmente
proprio da quella forma di rivista con cui erano cresciuti, che corrispondeva
in larghi tratti a quella della «Partisan Review»: alte ambizioni
letterarie e politiche, ma ormai un po sclerotiche, prive di agilità.
Occorreva rovesciare i termini: mettere in primo piano il paesaggio dei
libri che appaiono e provare a esercitarvi quella certa specie di giudizio
rigoroso, ben articolato ed espresso, che era ormai diventato una rarità.
Un obiettivo primario era riuscire a percepire il polso dei libri (e,
conseguentemente, di tutto il resto).
Ricordo una frase di Bob Silvers, detta come parlando a se stesso: «Vediamo
di che cosa è fatto questo libro». In questa frase cè
un po il segreto della rivista: limperativo di osservare, riconoscere
e descrivere con precisione di che cosa sono fatti i libri o anche
gli eventi. Criterio molto semplice, ma sconvolgente se bene applicato.
È quello che permette, per esempio, di distinguere subito i rari
libri sostanziosi dai moltissimi inconsistenti e pretenziosi. Questo ha
fatto sì che a distanza di anni si assistesse a quel curioso fenomeno
per cui, se due persone vagamente colte si incontrano per la prima volta
in un aeroporto o in un albergo a Singapore, a Londra o a Buenos
Aires ci sono buone probabilità che a un certo punto si
mettano a parlare di un articolo uscito sullultimo numero della NYRB.
Negli anni Venti avrebbero parlato dellultimo numero della «Nouvelle
Revue Française». Oggi, nessuna rivista offre una base così
sicura di comune interesse come la NYRB. Ma come fanno queste forme a
rendersi percepibili e a imporsi?
La mia speranza è che, con «Adelphiana», possa succedere
qualcosa di simile a quanto accadde con la Biblioteca Adelphi. Nei primi
anni molti ci chiedevano: ma che cosè questa collana? Il primo
titolo era Laltra parte di Kubin, romanzo visionario e fantastico scritto
allinizio del Novecento. Poi seguivano i trattati sul teatro no di Zeami,
quindi il lettore si trovava sbalzato nel Giappone esoterico. Poi cera
Padre e figlio di Edmund Gosse, mirabile racconto di uneducazione in
età vittoriana. Poi Artaud e i suoi Tarahumara. Cera evidentemente
di che rimanere sconcertati, soprattutto alla metà degli anni Sessanta.
Ma col tempo, finalmente, si è imposta la visione contraria: non
solo i lettori ma i librai hanno capito che quei libri stavano insieme,
che un lettore di queste opere totalmente differenti per epoca, genere,
forma, esperienza passava facilmente anzi desiderava passare
dalluno allaltro. Allo stesso modo spero che il lettore di Idel e delle
sue riflessioni sul sogno e la Cabbala passi facilmente alle scienze cognitive
dissezionate da Trautteur e allAfghanistan di qualche anno fa evocato
da Sulzberger, fino alla storia della base di Diego Garcia evocata da
Winchester.
(torna alla prima)
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