Irène Némirovsky
Suite francese
Biblioteca Adelphi
traduzione di Laura Frausin Guarinoa cura di Denise Epstein, Olivier Rubinstein pp. 415 euro 20,00
Letteratura francese
Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l'allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con un figlio al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto, sentivano il primo soffio della sirena, ancora solo un ansito profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. In pochi istanti il cielo tutto si sarebbe riempito di clamori. Che venivano da lontano, dall'estrema linea dell'orizzonte - senza fretta si sarebbe detto. Quelli che dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé i ciottoli e le onde, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di buoi che galoppano pesanti facendo tremare il suolo con gli zoccoli; ma il sogno finiva e socchiudendo appena gli occhi gli uomini mormoravano:
«È l'allarme?».
Le donne, più ansiose, più pronte, erano già in piedi. Alcune, dopo aver chiuso imposte e finestre, tornavano a letto. Il giorno precedente, lunedì 3 giugno, per la prima volta dall'inizio della guerra, Parigi era stata bombardata; ma la popolazione non si era fatta prendere dal panico, benché le notizie fossero tutt'altro che buone. Nessuno riusciva a crederci. Così come nessuno avrebbe creduto all'annuncio di una vittoria. «Chi ci capisce qualcosa è bravo» diceva la gente. Le madri vestivano i bambini facendo luce con una pila. Poi alzavano di peso i piccoli corpi inerti e tiepidi: «Vieni, non aver paura, non piangere». È l'allarme. Si spegnevano tutte le luci, ma sotto quel cielo di giugno dorato e trasparente ogni casa, ogni strada era visibile. Mentre la Senna pareva concentrare in sé ogni sparso chiarore per poi rifletterlo, centuplicato, come uno specchio sfaccettato: le finestre non oscurate a sufficienza, i tetti che luccicavano nell'ombra leggera, le guarnizioni di ferro delle porte su cui ogni sporgenza brillava debolmente , qualche semaforo rosso che, chissà perché, durava più a lungo degli altri, - la Senna li attirava, li catturava e li faceva danzare nei suoi flutti. Dall'alto, doveva sembrare un fiume di latte. Guida gli aerei nemici, pensavano alcuni. Altri affermavano che era impossibile. In realtà nessuno sapeva niente. «Me ne resto a letto,» mormoravano voci assonnate «non ho paura». «Basta una volta e siamo fritti» rispondevano voci più sagge.
«È l'allarme?».
Le donne, più ansiose, più pronte, erano già in piedi. Alcune, dopo aver chiuso imposte e finestre, tornavano a letto. Il giorno precedente, lunedì 3 giugno, per la prima volta dall'inizio della guerra, Parigi era stata bombardata; ma la popolazione non si era fatta prendere dal panico, benché le notizie fossero tutt'altro che buone. Nessuno riusciva a crederci. Così come nessuno avrebbe creduto all'annuncio di una vittoria. «Chi ci capisce qualcosa è bravo» diceva la gente. Le madri vestivano i bambini facendo luce con una pila. Poi alzavano di peso i piccoli corpi inerti e tiepidi: «Vieni, non aver paura, non piangere». È l'allarme. Si spegnevano tutte le luci, ma sotto quel cielo di giugno dorato e trasparente ogni casa, ogni strada era visibile. Mentre la Senna pareva concentrare in sé ogni sparso chiarore per poi rifletterlo, centuplicato, come uno specchio sfaccettato: le finestre non oscurate a sufficienza, i tetti che luccicavano nell'ombra leggera, le guarnizioni di ferro delle porte su cui ogni sporgenza brillava debolmente , qualche semaforo rosso che, chissà perché, durava più a lungo degli altri, - la Senna li attirava, li catturava e li faceva danzare nei suoi flutti. Dall'alto, doveva sembrare un fiume di latte. Guida gli aerei nemici, pensavano alcuni. Altri affermavano che era impossibile. In realtà nessuno sapeva niente. «Me ne resto a letto,» mormoravano voci assonnate «non ho paura». «Basta una volta e siamo fritti» rispondevano voci più sagge.
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